Assegno di mantenimento e fisco: cosa succede se non lo dichiari

Se ricevi o versi un assegno di mantenimento, conviene sapere subito come muoversi con il Fisco. Pochi passaggi chiari evitano guai e spese inutili.

Assegno di mantenimento e fisco: cosa devi sapere subito

Se l’assegno è destinato al coniuge, deve essere dichiarato dal beneficiario e assume natura di reddito assimilato al lavoro dipendente. Se invece riguarda i figli, quella quota non si dichiara: restano fuori dal reddito del genitore che li riceve.

È una distinzione che spesso crea errori nella dichiarazione: separare le voci è fondamentale per non pagare più del dovuto.

Cosa rientra nella dichiarazione: coniuge versus figli

Per il coniuge beneficiario, l’assegno va riportato in dichiarazione ai sensi del Art. 50, lettera i) del DPR n. 917/86. Se invece la somma comprende anche la quota per i figli, occorre distinguere le parti.

In pratica, quando il provvedimento giudiziale non separa la quota per i figli, si considera che il 50% sia destinato al loro mantenimento e quindi non sia imponibile.

Vantaggi fiscali per chi versa l’assegno

Chi versa l’assegno ottiene una deduzione IRPEF sull’importo effettivamente pagato, come previsto dall’art. 10, comma 1, lettera c) del DPR n. 917/86. Questo riduce il reddito imponibile del versante obbligato.

La deducibilità segue il criterio del principio di cassa: si deduce ciò che è stato effettivamente versato nell’anno solare. Arretrati e adeguamenti ISTAT sono deducibili se pagati.

Cosa non è deducibile e quando scatta la tassazione

Se l’assegno è versato con un unico pagamento una tantum, la deduzione non spetta più. Per il beneficiario, l’importo diventa reddito e può essere tassato salvo che non rientri sotto le soglie di esenzione previste.

Quindi, un pagamento continuativo conviene dal punto di vista fiscale a chi versa, mentre una soluzione una tantum cambia il quadro fiscale per entrambi.

Rischi se non dichiari l’assegno: sanzioni e controlli

L’omessa indicazione dell’assegno nella dichiarazione può configurare un illecito tributario e portare ad accertamenti. L’Agenzia delle Entrate può effettuare verifiche entro 5 anni dal 31 dicembre dell’anno successivo a quello della percezione.

Se il coniuge che versa ha già dedotto l’importo, ma il beneficiario non lo dichiara, la situazione può generare contestazioni e documentazione da fornire. Meglio sistemare tutto in anticipo.

Passaggi pratici per regolarizzare la situazione

1) Verifica l’atto: controlla se il provvedimento giudiziale distingue la quota per i figli dalla quota per il coniuge. Quella distinzione è la chiave fiscale.

2) Raccogli le prove di pagamento: bonifici, ricevute o estratti conto che dimostrino quanto è stato effettivamente versato in ogni anno solare.

3) Se hai già presentato una dichiarazione errata, valuta la rideterminazione o il ravvedimento operoso con il tuo consulente per limitare sanzioni e interessi.

Procedendo in questo modo si riduce il rischio di sorprese e si mette ordine ai conti.

Il caso di Carlo: esempio pratico che aiuta a capire

Carlo, ex impiegato e appassionato di monete antiche, riceveva un assegno mensile non separato dalla quota figli. All’inizio lo ha riportato tutto e ha ricevuto una comunicazione dall’Agenzia.

Dopo aver mostrato il provvedimento che specificava la destinazione per i figli, la situazione si è chiarita e le imposte sono state corrette. Un documento in più ha risparmiato tempo e soldi.

Consiglio bonus: una mossa semplice che evita problemi

Al momento della separazione o del divorzio, fai in modo che l’atto giurisprudenziale specifichi la quota per i figli e la quota per il coniuge. Questa chiarezza evita errori nelle dichiarazioni, problemi con l’ISEE e contestazioni future.

Un documento ben scritto vale più di una lunga spiegazione dopo: basta una riga in più e addio dubbi.

Lascia un commento